NUMERO CENTRALINO
02.3883
CRI Comitato Provinciale di Milano

Pubblicato il 13 - Gen - 2016

 

Sono le sette di sera ed il chiarore illumina il viso di una bambina. La chiameremo Mary con i suoi sogni che hanno lo spessore di una bolla di sapone, ha in mano una bambola di pezza che lancia ripetutamente contro il soffitto e ridiscende giù come una danzatrice che balla nell’aria.

Una fotografia di chi non ce l’ha fatta sulla spiaggia, i passi incerti, i brividi che scuotono il corpo, il terrore stampato negli occhi. Sono un frammento di un documentario che conosciamo tutti.

Ondate di sbarchi sulle coste siciliane, sotto un sole caldo che rallenta la vita, migliaia di bambini che attraversano il deserto, la guerra è una strada poco adatta da attraversare, dice un vecchio proverbio siriano: Damasco se ci rimani più di sette anni entra dentro di te.

Mary è troppo piccola per raccontare quello che ha visto: le atrocità subite, la gente privata dei suoi diritti elementari, un racconto che salta, va in moviola, riprende, ci sono buchi che nella vita è meglio dimenticare.

Si stringe la bambola di pezza ed il suo zainetto, è lo stesso che l’ha accompagnata quando scivolava sulle dune di sabbia nel deserto.

Occhi neri, occhi belli, le mani di sua madre si contraggono nervose, la testa si inclina quando si racconta il dolore di chi parte, la voce si affievolisce, stipati come le bestie fra le assi traballanti della barca di legno.

A noi è andata bene, ad altri no. È meglio non pensarci.

È un romanzo corale la storia dei migranti: miseria, guerra, dittatura, fame, finalmente una barca su cui si fugge.

Le singole storie, quelle vere usciranno in futuro, saranno scritte da chi avrà imparato un’altra lingua come Mary e saprà raccontarcele.                                                      Barbara di Castri