NUMERO CENTRALINO
02.3883
CRI Comitato Provinciale di Milano

Pubblicato il 10 - Gen - 2015

È il 1° gennaio 2015… è la notte di Capodanno e sono le 4.00 del mattino. La temperatura è davvero rigida: ci sono –5 gradi e senti che il freddo, piano piano, penetra nelle ossa e con tanti piccoli aghi ti punge il viso.
Dopo un pomeriggio e una notte di “allerta”, l’emergenza è scattata: da Gallipoli stanno arrivando centinaia e centinaia di profughi, suddivisi in diversi pullman. La neve, che in questi ultimi giorni ha coperto il centro-sud nel nostro Paese, non agevola questo viaggio che si rivela, per loro, estenuante.
Nei giorni scorsi 800 migranti, per la maggior parte siriani e pakistani, si sono imbarcati sulla nave Blu Sky in Turchia, con meta il porto croato di Reijeka, ma sono stati poi lasciati andare dagli scafisti alla deriva nel canale di Otranto. Gli ultimi articoli di cronaca riportano l’annuncio della Guardia costiera: “Timone bloccato su rotta collisione con la costa, tragedia evitata”.
Rifletto con orgoglio sul tempismo, l’organizzazione e la “bravura” della nostra Marina Militare e della nostra Aeronautica che, in condizioni proibitive a causa delle pessime condizioni del tempo e del mare, hanno salvato la vita a numerosi migranti.
Prendo coscienza che al Centro Nazionale CRI di Bresso, dove ci stiamo dirigendo in risposta all’emergenza, non conoscerò solo dei migranti, ma dei veri “sopravvissuti”. Arriviamo al Centro e una lunga fila di volontari si dispone per l’accoglienza, tracciando una sorta di percorso che porta all’ingresso delle camerate. La mia postazione è vicina alle sale che accoglieranno i migranti e mi consentirà quindi di interagire più a lungo con loro, compatibilmente con la difficoltà della lingua.
La concitazione ci fa capire che i pullman sono arrivati e vediamo aprirsi davanti a noi la porta a vetri. Eccoli… ecco centinaia e centinaia di persone entrare nel corridoio e sfilare silenziose verso di noi con un accenno di sorriso,
nonostante le vicissitudini.
Good morning… Welcome… Good morning… Good morning… Welcome…
Ci sono moltissimi giovani, tante famiglie con bambini piccoli e alcune donne in gravidanza, tutti visibilmente stanchi e preoccupati. Osservo il loro abbigliamento e il loro piccolo bagaglio; su alcuni un alone di salsedine è testimonianza dell'odissea vissuta.
Welcome… Ciao… Welcome… Good morning… Ciao…
In fila indiana, con molta dignità, tutti ricambiano il saluto e si accomodano sulle panche per la fase di registrazione in una delle due sale del Centro; di fronte a queste, dalla parte opposta del corridoio, li attendono altre due sale, ben riscaldate, con le brande. Continuano a sfilare e qualcuno mi augura “Happy New Year”: questo augurio mi tocca nel profondo; mi fa effetto sentirmi augurare "buon anno" da chi ha vissuto un’esperienza così devastante. Con gli occhi fissi nei suoi e una carezza sul braccio contraccambio l’augurio sottolineandolo con un sorriso. Compare poi una donna con un bimbo per mano e la sua vista trafigge il cuore di tutti i volontari. Ci scambiamo uno sguardo di intesa, quasi a voler condividere il nostro stato d'animo. Seguono altre mamme e altri bambini; la sofferenza dei bambini è la più difficile da sopportare. Arriva una donna incinta, giovanissima, che stringe la mano al marito, da una parte, e a suo figlio (piccolissimo) dall’altra. Con qualche difficoltà arriva anche un signore che cammina appoggiandosi faticosamente alle stampelle.
Qualcuno trema per il freddo, qualcuno è stravolto dalla stanchezza, altri hanno sete, alcuni fame… Tutti accennano a un sorriso, ringraziano… Ci solleva il fatto che nessuno pianga.
Circa una quarantina di migranti, soprattutto famiglie, si fermano presso il Centro di Accoglienza CRI di Bresso mentre gli altri alloggeranno presso altri centri della Lombardia: Monza, Cremona, Lecco, Sondrio… Per loro, seppure per poco, il viaggio non è ancora terminato.
Quando ormai tutti i profughi hanno preso posto sulle panche, in attesa del loro turno per la fase di registrazione, ci attiviamo con la distribuzione di latte caldo ai bambini e tè bollente agli adulti.
La distribuzione ci permette di scambiare qualche parola e di entrare in sintonia con loro. L’empatia è buona: nell’attesa alcuni mi mostrano sul cellulare le foto del viaggio in mare, della nave stipata di profughi, di 800 persone pressate l’una contro l’altra o distese nella stiva, una a fianco all’altra: "Per scaldarci", mi dicono.
Mi chiedono di fare una foto con loro, per ricordare questo momento, e mi ringraziano.
Io non oso fotografare nessuno: non serve, i loro visi sono scolpiti in maniera indelebile nella mia mente insieme al ricordo di questo Capodanno.
Mentre Karim, il mediatore interculturale, parla ininterrottamente in arabo per registrare i presenti e mantenere unite le famiglie e gli amici, chi mi ha chiesto una foto si avvicina timidamente per salutarmi: è stato destinato a Monza. “I’m going away. Thanks for your kindness!”… E con un bel sorriso mi porge la mano in segno di riconoscenza. Gliela stringo forte: “Good luck!”. E in Italiano aggiungo: “Ti auguro di ritrovare tutto quello che ti hanno portato via”. La stretta di mano e lo sguardo fanno fatica a sciogliersi e mi rendo conto che la solidarietà non ha barriere né di razza né di lingua, né di religione.                             Sorella Donatella Brugora