NUMERO CENTRALINO
02.3883
CRI Comitato Provinciale di Milano

Pubblicato il 17 - Dic - 2016

 

“Siamo fuggiti quando tutti i nostri parenti hanno iniziato a morire, uno dopo l’altro”. Inizia così il racconto di Ahmad ed Ellen, partiti nel 2014 dalla Sierra Leone insieme alle due figlie di cinque e otto anni. Per il loro Paese e per quelli limitrofi il 2014 è stato un anno tragico, con un’epidemia di ebola tra le più gravi dell’ultimo secolo che ha causato migliaia di morti.

 

Ad appena ventotto anni decidono quindi di andarsene e di affidarsi all’incertezza del viaggio in direzione Libia. Tra loro e Tripoli ci sono mesi, e quattromila chilometri da fare a piedi o con mezzi di fortuna. La scelta della destinazione non è casuale: la Libia, tuttora, rappresenta nell’immaginario di molti africani un Paese dove poter lavorare e costruirsi una vita migliore. Ma questa non è la Libia attuale. Dopo la cosiddetta “primavera araba” del 2011, la situazione è peggiorata ed è ora caratterizzata da instabilità politica e dall’infiltrazione nel Paese del sedicente Stato islamico. Nonostante ciò, rimane l’idea di una Libia fiorente, specie nei Paesi interni al continente dove le notizie non arrivano.

 

Per quanto sia duro il viaggio, con il passaggio via terra attraverso molti Stati, è l’ultimo tratto il peggiore di tutti: il deserto. Da anni i sopravvissuti alla traversata descrivono un quadro drammatico, con racconti raccapriccianti che restituiscono un’immagine del Sahara nettamente diversa da quella stereotipata da cartolina. Ahmad ed Ellen riescono a trovare un pick-up per il passaggio, ma nel cassone sono in quaranta e sotto il sole cocente per quattro giorni non mangiano né bevono, e con loro nemmeno le figlie. “Quando affronti il deserto non puoi far altro che pensare alla morte”, dice Ahmad, con la voce che si fa man mano più cupa tornando con la mente a quei momenti. Il dramma del deserto libico è noto da tempo ed è fatto di persone che muoiono a migliaia, di corpi che rimangono tra le dune formando nel tempo una macabra fila.

 

Arrivati in Libia riescono a trovare una sistemazione e Ahmad un lavoro, cosa niente affatto scontata. Due anni dopo la situazione nel Paese è ancora incerta e pericolosa. Ai disordini e al caos si aggiungono criminalità, trafficanti di essere umani e rapimenti. La consapevolezza di dover partire di nuovo nasce dalla certezza di non poter garantire un futuro alle due figlie e alla terza in arrivo. La paura per la traversata del Mediterraneo è inferiore a quella di restare in Libia e i quattro prendono il mare in direzione Lampedusa, dove giungono in primavera.

 

La voce e l’espressione, nel racconto, si fanno più distese man mano che Ahmad ed Ellen ripensano all’arrivo in Italia e all’accoglienza a Milano, dove oggi vivono in uno dei centri gestiti dalla Croce Rossa, la loro casa. Qui hanno avuto la possibilità di far tornare a scuola le figlie, che ogni giorno rientrano contente di aver imparato una parola in più in italiano. I genitori, invece, frequentano la scuola di lingua presente all’interno del centro. “Siamo felici di essere qui, il peggio è passato, grazie all’aiuto della Croce Rossa!”.

A settembre è nata la loro terza figlia: Maria Chiara. A chi chiede l’origine del nome, la mamma risponde che è il segno della sua riconoscenza verso le due operatrici di Croce Rossa che l’hanno aiutata durante la gravidanza e l’anno seguita anche nel percorso formativo. Il nome della piccola è in loro onore.

 

Le parole di Ahmad ed Ellen narrano esperienze drammatiche, inconcepibili per tutti noi. Raccontano tragedie che le due bambine hanno già attraversato a sette e dieci anni e che, probabilmente, i loro compagni di scuola non riescono neppure a immaginare: la sofferenza per aver visto familiari e amici morire di ebola, la difficoltà e gli stenti del viaggio, i morti sulla tratta, le violenze in Libia e la paura della traversata in mare. 

Nonostante tutto il sorriso non manca mai sui loro volti e ogni giorno portano l’allegria nel centro di accoglienza. Ahmad è finalmente più sereno, perché è tornato a sperare e perché ha la possibilità di dare alla famiglia quel futuro che ha tanto a lungo cercato.

 

Mentre ce ne andiamo, entrambi i genitori ci sorridono e concordano: “Maria Chiara è il nostro nuovo inizio”.